Un viaggio al centro del Caribe.

Sono le 11.53 Sono appena entrato in un ristorante al piano inferiore della terminal dell’ aeroporto della mia nuova città,  Monterrey, Nuevo Leon, Mexico .
L’aero che prenderò tra un’ora e mezza mi porterà all’Habana dove dovrò cercare un taxi, una strada, un indirizzo.

L’avventura al centro del caribe ancora non è iniziata.

Questi sentimenti non sono solo la punta dell’iceberg, sono il Titanic a piena velocità.Ciuff, ciuff, Pa Pa PAAAAA.

Alitas con papas fritas. Alette fritte immerse immerse nel succo di piccante-acido della vita.
Colture di animali, per altri animali, che usano animali che vivono gli animali.
L’allegra fattoria del mondo, ma che fine ha fatto lo zio Tobia? E’scappato con Clara bella? Quella vacca.
O era lo zio Tom?

Anche io ho sempre voluto una capanna da piccolo: due bombe e una capanna…ah no, quello era lo zio Sam, che si chiamava come Sem quello dello sputo ma con la ‘A’ perchè giocava in prima divisione.

Per quello voleva costruire il muro, per non essere secondo a nessuno, tanto meno a un negro…Nel senso latino del termine, mica sono razzista.

Non come Seneca, cioè latino, non che fosse razzista, Il negro intendo.

E quindi recede in te ipse, oh gringo, che d’ispiratore e divo hai solo Elvis e Las Vegas perchè hai bandito il tuo casino, nel senso latino, nell’altro ne sei pieno e hai gusto nell’ esportarlo.

Fate la guerra o fate l’amore, scegliete voi, siamo democratici, tanto morite uguale. Se non è un bullet di un AK47 russo in Afghanistan è l’AIDS nella testa di un negro, nel senso gringo, Americano importato quando ancora i cinesi non vi davano filo da torcere sulle industrie, e le sigle non sterminavano ancora i paesi lontani.

Cioè, parlo del cotone, della democrazia e della razza, Linneo sarebbe fiero di me. Homo sapiens , humus ignorantis. Così ci pensiamo sempre meglio, non possiamo essere così brutti dal di fuori, così belli dal di dentro e l’acqua che elimina l’acqua. Il fuoco che brucia e la luna alta levata.

Un soffio di vento.

Si parte.

 

17-3-2016  P.

Monterrey

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Il sole di mezzanotte

Voi che per li occhi mi passaste ’l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia,
che sospirando la distrugge Amore

Rombo di motori, siamo pronti alla partenza, stringi le mani, sale l’adrenalina, il piede è irrequieto, semaforo.
Via, giù a tavoletta.
Se ci pensi alla prima curva sei già fuori.
Se provi a fermare quel momento sei già morto.
Ti vedo riflesso nel vetro del parabrezza, attraverso il finestrino, nello specchietto retrovisore,
attraverso il finestrino e di nuovo nel vetro del parabrezza.
Nei tuoi occhiali e nei miei rayban.

Giochiamo a rincorrerci come rondini di primavera, disegnando riccioli di vento nel cielo.

E’ il sole di mezzanotte. Ma io sono sveglio o è un sogno?
L’odore di benzina sale forte, sgasa sul pedale.
E quei colori? quell’oro e quello smeraldo?
Ti ricordi come luccicavano forti nel sole di mezzanotte?

26-2-2105 P.

La mosca d’ottobre

C’è una mosca ferma sul bordo del lavabo.
Sta lì, immobile, come aspettasse il segnale di partenza.
Sembra quelle mosche d’estate, quelle che stanno sul tavolo, sulle scarpe e sgli stronzi in mezzo ai prati.
Sembra quelle mosche di luglio, che stanno ferme solo per farti credere di poterle acciuffare con un colpo di mano, solo per farti incazzare appoggiandosi sulla tua testa o sulle orecchie mentre tenti un pisolino di contrabbando in un caldo pomeriggio afoso.

Mi avvicino per lavarmi i denti e mi vede, lo so che mi vede.
Una bestialità terrificante, moltiplicata negli occhi caleidoscopici, incomprensibilmente si avvicina: mi sta guardando, lo so che mi sta guardando.

L’essere mi scruta immobile, indeciso sul da farsi. Mi sento attratto magneticamente, mi avvicino e l’indecisione mi attanaglia.
Vedo pelo per pelo, ogni imperfezione della cosa, quasi ogni singola cellula.
Scruto, vicino come non mai, quell’essere ripugnante, compagno di mille estati, di mille situazioni calde, sudate, appiccicose.

Vola, il tempo, in quell’infinito osservare. Una staticità disarmante, adesso scatta, lo so.
La tensione è alle stelle, ma non ho la forza di fare nulla, mi sento vuoto: troppo facile o troppo difficile, non so.

Poi, senza rendermene conto, riemergo dai miei pensieri: la bestia non c’è più e io resto solo sul lavabo.

15-10-2014

P.

Notte d’oriente

Ida Xchiang, così si chiama.
Ha i capelli lunghi e nerissimi, la pelle liscia dall’odore di malva e le mani piccole, curate.
Trasuda nobiltà, vestita nel suo abito lungo di seta con fantasie floreali inafferrabili.
Gli occhi a mandorla sono gemme incastonate nel volto di bambina.
Lo sguardo profondo come gli abissi e calmo come il mare.

Me la immagino così, proveniente dalla lontana Chipango.

Sono anni che la attendo.
Ma lei è lì, la vedo bella come la luna piena nelle notti di primavera.
E sono sicuro che saremo felici, se solo lei venisse qua.

Ida verrà, me lo promette ogni notte. Prima di lasciarmi cullare dal sonno con il suo bacio sulla fronte.
Ida è l’alito di vento che smuove le tende e mi scopre al mondo ogni mattina.
Chipango: noi siamo tutti uguali e loro sono tutti uguali.
Siamo tutti diversi.
Visi che si mescolano, occhi orientali, facce bianche.
Occhi straniti che si aggirano smarriti in cerca di Ida, la mia Ida.

Ma Ida non viene.
Se solo venisse le racconterei tutto di me, e la ascolterei con il cuore quando mi parlasse della sua vita.
La sua vita è lontana, piena di misteri, di rituali.
Piena di impegni improrogabili. Donne di altri tempi, di altri luoghi.
Donne volitive sanno già quello che vogliono; hanno il mondo in mano.

Noi stiamo qui, ad aspettare Ida, che arriverà e mi bacerà e mi dirà tutte quelle cose che mi dice ogni sera.
Perchè ora è quasi notte, e ho molto sonno.
Buonanotte Ida.

20-5-14

p.

Se una notte un viaggiatore

Sono quasi le 23 e sto tornando a casa da una giornata infinita.

Di notte il 15 sembra un mostro che corre affamato sotto i lampioni della via. Lampione, buio, lampione, buio.

La testa piena di pensieri non riesce a fissarne nessuno e rimbalza stanca dal frigo mezzo vuoto
agli esami imminenti al ricordo del suo profumo.

Le solite facce di quelli che tornano a casa alle 11: il conducente, qualche straniero, un tizo
un po’ gay con la giacca blu, scarpe da ginnastica Nike e le calze gialle fluo.

Un vecchio in piedi, un libro stretto in mano, avvinghiato a un sostegno; scenderà alla prossima.

Ripartiamo dal semaforo come la carovana di un circo dell’est: qualche colpo, un sibilo, uno
sbuffo e via, di nuovo nella notte illuminata di corso Einaudi.

 

Rallenta rapido il tram. Sirena. La porta si apre. Passo indeciso e lento.

Cade il segnalibro giallo chiaro, un po’ sbiadito.

 

Lo devo avvisare, non lo deve perdere.

Un fulmine a ciel sereno e io sono ancora nel mio torpore.

Lui scende, è andato per sempre.

Una vecchia gli è dietro, ha visto la scena, raccoglie il segnalibro, lo infila nella tasca
interna della giacca invernale. Non una parola. Scende con un balzo.

Vecchia bastarda. Ladra.

Scende lui, scende lei, sirena, porte. Si riparte.

Faccio appena in tempo a voltarmi, voglio vedere la faccia di Giuda, voglio vedere i suoi occhi
luccicare nella notte.

Siamo già avviati e lei gli va dietro, gli prende dolcemente la mano e gli da un bacio sulla
guancia.

Stanotte non potrò dormire.

 

P.

22-4-14

I barbari

Immagine

E’ questa la modernità.
L’incredibile accozzaglia di parole, di suoni, di luci.
Apri gli occhi.
Sono questi i barbari, sono già qua.

Sguinzagliati al suono selvaggio di trombe violente e corni lunghi e cupi.
Scendono dalla collina, invadono la valle.
Corsa, galoppo, volo d’angelo.
Urlano, sbavano, grugniscono e muggiscono.

Le facce dipinte, gli occhi iniettati, le pellicce sgualcite.
Sotto le unghie fango e sangue.
Sangue dei nobili, sangue dei vecchi, dei villaggi saccheggiati.
Tremi a vedere l’orda. Un muro compatto.

Tutto travolge, travolge se stessa, l’onda.
Baraonda, risa, giubili.
La distruzione del mondo inizia così:
con festosa gioia e ignorante libertà.

 

9-4-14 P.

Le formiche

C’era una formica sul pavimento. L’ho ammazzata. Non so perchè l’ho fatto, ma l’ho spiaccicata con la ciabatta con tutta la forza che avevo in corpo. Senza cattiveria, senza crudeltà, un colpo secco e la formica muore.

Senza nemmeno lasciare una macchia sulle piastrelle imacolate. Oggi ho lavato per terra. Oggi non c’erano formiche da spiaccicare sul pavimento. Oggi c’era il sole e le formiche stavano rintanate nei loro buchi bui, aspettando la sera, aspettando di farsi spiaccicare, aspettando la morte.

Che strane queste formiche. Scappano dalla vita vera, dalla vita del giorno per vagare senza una meta sul mio pavimento quando cala la sera. Così, solitarie e ramighe se ne vanno per la mia camera, per la mia casa, per le vie del loro piccolo grande mondo.

Formiche senza un anima, formiche senza occhi e senza orecchie. Cieche e sole muovono piccoli passetti sicuri chissà verso dove, chissà in cerca di cosa. Cibo, probabilmente. La pancia le guida, come sul palcoscenico, è tutta questione di pancia la vita, l’emozione, le farfalle nello stomaco.

Le formiche hanno le farfalle nello stomaco. Hanno fame. Si emozionano. Muoiono spiaccicate.

16-10-13

P.